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lunedì 23 agosto 2010

L'uomo che fissa le capre


Anno: 2009
Regia: Grant Heslov
Interpreti: Ewan McGregor, George Clooney, Jeff Bridges, Kevin Spacey

Fallito il suo matrimonio, un disperato e neppure troppo affermato reporter (Ewan Mc Gregor) parte per il Medio Oriente alla ricerca dello scoop della vita, per dimostrare a sua moglie, al mondo ed a se stesso di non essere un fallito. Si imbatterà casualmente in Lyn Cassidy (George Clooney), il quale milita in un reparto tutto particolare dell'esercito degli Stati Uniti e che gli consentirà di unirsi a lui in una missione davvero speciale...
Solitamente, quando mi imbatto in un film dal titolo bizzarro come questo ed ammesso che la produzione sia straniera, la primissima cosa che faccio è andare a documentarmi sul titolo originale: alcuni distributori italiani, in tema di traduzioni, ne hanno veramente combinate di cotte e di crude (...et Dieu creà la femme...). Stavolta, avendo visto il film "in trasferta" ed inaspettatamente, non ho potuto effettuare il mio consueto title check, approcciando la pellicola solo con quella manciata di sparute informazioni di partenza relative a regia, cast (quest'ultimo di altissimo livello, a dire la verità) e titolo, per l'appunto...ma perché partire proprio da qui per recensire un film del genere? Semplicemente perché il primo commento che mi viene da fare è che "L'uomo che fissa le capre" è un film che rispecchia al 100% il suo titolo: bizzarro, abbiamo detto, nonché curioso, stimolante e simpatico.
La trama è ricca di spunti interessanti a seconda dei punti di vista sotto i quali la si vuole vedere; tali poliedrici punti di vista diventano però lama a doppio taglio nel momento in cui si introducono temi ed idee connessi a tradizioni profonde e culture rivoluzionarie, le quali per forza di cose non possono e non potranno mai essere trattate in modo sufficientemente rispettoso nell'ambito di quella che, in fin dei conti, altro non è che una commediola hollywoodiana.
Nonostante le sottili critiche alla civiltà occidentale ed al governo degli Stati Uniti ed il contemporaneo occhiolino strizzato alle filosofie orientali ed al filone New Age, il regista sembra decidere di rimanere alla superficie delle cose, e volendo giudicarne la superficie, "L'uomo che fissa le capre" rimane un film divertente, ben girato e ben interpretato da un cast stellare (Jeff Bridges e Kevin Spacey, oltre ai già citati Mc Gregor e Clooney). Alcune gag veramente divertenti ricordano i migliori Cohen -forse per la presenza dello stesso Bridges. Per il resto, meglio non stare ad arrovellarsi su meta-significati reali o presunti del film: sarebbe mera interpretazione personale.
A proposito: il titolo originale è "The men who stare at goats"...100% come il suo titolo.
Consigliato per una serata in compagnia, leggera ma non troppo.

Voto:



venerdì 6 agosto 2010

Il Solista


Anno: 2009
Regia: Joe Wright
Interpreti: Robert Downey Jr., Jamie Foxx

Ci sono volte in cui si va al cinema perché si vuole vedere proprio quel film...altre volte invece si va a vedere un film solo perché si ha proprio voglia di andare al cinema. In quest'ultimo caso, cedere alla tentazione può portare a volte gradevoli sorprese, mentre in altre occasioni può rivelarsi deleterio per l'umore della serata e per il portafogli...ebbene, lo ammetto: scegliere "Il Solista", unico titolo papabile nella programmazione della mia città, a cavallo tra il Luglio e l'Agosto di un anno già di per sé cinematograficamente avaro come il 2010, è stato gesto quantomeno ardito. Mi sembra doveroso fare mea culpa perché, nonostante il tema dell'opera puzzasse d'americanata veramente da mooolto lontano, ho comunque voluto dare più retta alla nostalgia da grande schermo più che al mio istinto, e sono stato giustamente punito.
Il film è tratto da una vicenda vera al 100% e successa recentemente, quando il giornalista dell'LA Times Steve Lopez, alla ricerca di una storia, si è imbattuto nel suonatore di strada Nathaniel Anthony Ayers: incuriosito dal suo aspetto ed affascinato dalla sua musica, il giornalista ha voluto conoscere meglio il passato del musicista, raccontandolo contemporaneamente nella sua rubrica. Da qui, la vicenda ruota attorno alla malattia mentale di Ayers, che l'ha spinto ad abbandonare le sue ambizioni di musicista classico ed a "rifugiarsi" nella strada, alla sua passione per la musica, al goffo tentativo di Lopez di aiutarlo in un modo troppo superficiale prima, un po' più profondo ed empatico, almeno secondo quelle che sarebbero le intenzioni del film, poi.
Ok, storia interessante e possibilmente affascinante. Il problema sta in tutto il resto.
La narrazione è sempre superficiale e bidimensionale in tutti gli aspetti che tratta, sia quelli principali (schizofrenia, senzatetto, iniziale "scopo di lucro" del giornalista che dovrebbe trasformarsi lentamente in qualcos'altro) che secondari (la magia della musica, l'impatto di una storia del genere sull'opinione pubblica, alcuni dettagli della vita di Lopez prima e dopo Ayers); i tempi sono spesso sproporzionati ed alcune scene decisamente troppo lunghe; certi tentativi di avvicinarsi al cinema d'autore con carrellate metropolitane o giochi formali sulle note del povero "Ludovico Van", che ormai definirei tristemente exploited, fanno accapponare la pelle (e non in senso positivo).
Mi sento di salvare soltanto l'interpretazione dei protagonisti (sufficiente comunque, non di più) ed una regia che, quando non si lascia andare a voli pindarici fuori dalla sua portata, si rivela comunque competente.
Di fronte al solito problemuccio connesso con la trasposizione di una storia vera su grande schermo, di cui già parlai nella primissima recensione del Cineovo, ben contento di riscontrare come l'opinione di chi è stato spettatore della vicenda dal vivo e non sul grande schermo sia vicina alla mia (se vi va leggete qua Kenneth Turan, collega di Lopez all'LA Times), prometto che d'ora in poi, quando sentirò odore di americanata, cercherò di tenermi bene alla larga.

Voto:






P.s.: se la storia vi ha allettato, magari date un'occhiata qui: la conferma che, oltre alla rubrica di Lopez ed al suo libro sul tema, di questo film non è che si sentisse proprio il bisogno.

martedì 3 agosto 2010

May


Anno: 2002
Regia: Lucky McKee
Interpreti: Angela Bettis, Jeremy Sisto, Anna Faris.

May è sola e disadattata. La sua vita è stata influenzata ed irrimediabilmente compromessa da un'infanzia traumatica, causata del complesso per un fortissimo strabismo e dagli errori dei suoi genitori. Ora ha un lavoro ed una vita apparentemente normali, ma in realtà la sua unica amica è una bambola rinchiusa in una teca, regalatale anni prima dalla madre. Innamoratasi di un ragazzo e delle sue mani, resterà ulteriormente traumatizzata riscontrando la propria difficoltà nel rapportarsi alle persone apparentemente attratte dalla sua stranezza, ma di fatto incapaci, ai suoi occhi, di accettarla. Non riuscendo a trovare un amico, May finirà per doverselo "creare" con le sue stesse mani...
Non si tratta di un horror convenzionale: le tematiche sottese sono molto più intime e complicate, ma vengono comunque affrontate secondo i registri caratteristici del genere, ovviamente insufficienti per un vero approfondimento (per esempio si intuisce soltanto la schizofrenia della protagonista, che oltre a parlare con una bambola sembra anche sentirne la voce). Il regista/autore preferisce rimanere sul piano del sanguinolento andante, su musiche, sequenze ed esplicite citazioni che hanno molto del periodo d'oro di Dario Argento. Ne esce una via di mezzo tra l'horror all'italiana ed il thriller psicologico (anche se la tensione rimane sempre sotto i livelli di guardia) che rischia di non lasciare soddisfatta nessuna particolare fetta di pubblico, se non qualche cinefilo amante di particolari variazioni sul tema.
C'è da dire comunque che alcune scene sono ottimamente girate -sempre secondo i canoni horror- e che la recitazione della protagonista, seppur qua e là un po' caricaturale, è certamente di buon livello.
Nota a parte merita una delle scene di "abbordaggio" più geniali della storia del cinema:

Lui, sconosciuto, si siede accanto a lei su una panchina alla fermata dell'autobus.
"Ciao"
...
"Senti, ti andrebbe di mangiare insieme delle caramelle gommose?"
[stacco]
Lui seduto su un letto che consuma caramelle famelico.
"Cazzo vivrei di questa roba, giuro".


Sublime. ;)


Voto:


giovedì 29 luglio 2010

Il Profeta

Anno: 2009
Regia: Jacques Audiard
Interpreti: Tahar Rahim

Prima di andare a vederlo, leggendo qua e là di questo film, ho avuto come la sensazione che si trattasse dell'ormai classica storiella romanzata del cattivo-più-fico-del-mondo che parte dal nulla e che pian piano diventa "qualcuno": tale filone ritengo abbia ormai perso d'interesse già da "qualche" lustro, soprattutto da quando ai ritratti delinquenziali spesso ironici e di tanto in tanto giocosamente leggeri di un certo Scorsese, si sono aggiunti troppi tentativi di emulazione che, al contrario, prendendosi troppo sul serio hanno finito spesso per scadere nel ridicolo.
Errore mio.
Fin dai primissimi fotogrammi si intuisce che "Il Profeta" è diverso, anche se in un modo difficilmente definibile...è una sensazione strana: presente quando si dice che nei film si vede la violenza perché è la realtà stessa ad essere violenta? Ecco, io ritengo tale affermazione di un qualunquismo schifosamente superficiale, teso a giustificare qualsiasi porcata passi su uno schermo cinematografico, partendo da certe forme di iperrealismo fine a se stesso fino ad arrivare ad action-movie di bassa lega, farciti di atrocità-crimini-torture che più finti non si può...questo film è diverso perché riesce ad essere realista senza imboccare la facile scorciatoia del mero realismo: Audiard è secondo me eccezionale nel conservarsi quei piccoli spazi espressivi (sia a livello narrativo che visivo) che una rappresentazione nuda e cruda della realtà altrimenti non concederebbe, eppure riesce a farlo senza mai deragliare nel "romanzesco". Molti sarebbero in grado di estrapolare da uno studio di ben 4 anni sulle dinamiche sociali carcerarie un film d'impatto e di denuncia come questo; pochi, secondo me, sarebbero in grado di farlo così.
I personaggi principali, tutti, bucano lo schermo; il protagonista Malik semplicemente esiste. La narrazione, seppur concedendosi ampie pause e rallentamenti (150' per un film rimangono una durata "importante"!) riesce, nel complesso, a coinvolgere. Ho inoltre apprezzato la tetra e decisamente fredda fotografia -del resto la storia si svolge per gran parte all'interno di un carcere- e la verosimiglianza volutamente curata nelle scene di violenza, particolare che contribuisce a mantenere l'opera non contaminata dai fastidiosi cliché cui ho fatto cenno in apertura. Unica pecca forse la totale mancanza di momenti introspettivi, una mancanza che comunque ci sta alla grande: enorme sarebbe stato il rischio, visto il tema dell'opera, di scadere nella retorica...probabilmente il regista non ha voluto osare ed io mi sento di dargli ragione: il gioco non sarebbe valso la candela.
Nel complesso ritengo "Il Profeta" decisamente un bel film, uno dei più belli visti al cinema negli ultimi anni.

Voto:


sabato 10 luglio 2010

L'Esercito delle 12 Scimmie

Anno: 1995
Regia: Terry Gilliam
Interpreti: Bruce Willis, Brad Pitt

Nel 2035 la superficie terrestre è inabitabile ed inabitata; l’Uomo si è rifugiato sottoterra, ed i “buoni” spediscono in superficie delinquenti e reietti. Uno di questi è James Cole (Bruce Willis), che in cambio della sperata grazia, viene mandato periodicamente in missione per raccogliere prove, campioni, indizi sul passato: lo scopo è quello di reperire il virus originale che ha causato la quasi estinzione della specie umana e creare un antidoto. Le missioni però non prevedono soltanto spostamenti nello spazio, ma anche nel tempo, in epoche immediatamente precedenti o successive al contagio (anni ’90): durante questi viaggi il tormentato Cole si scontrerà con inquietanti verità sul passato, ma anche su se stesso.
Più di una volta ho espresso l’opinione che la grandezza di un film può viaggiare tranquillamente su binari paralleli rispetto alla qualità della storia che racconta. La trama di “12 Monkeys”, di per sé, non brilla particolarmente per l’originalità delle sue premesse, ambientazioni o tematiche, eppure ritengo semplicemente geniale il modo in cui essa è stata decomposta prima e restituita allo spettatore poi, quale risoluzione di un puzzle misterioso ed affascinante, disseminato qua e là di indizi apparentemente incomprensibili, destinati tutti a finire progressivamente ed inevitabilmente al proprio posto.
Aggiungendo al merito degli sceneggiatori una regia di altissimo livello come quella del visionario dei Monty Python e le interpretazioni decisamente all’altezza di Bruce Willis e di un giovane Brad Pitt (il primo sveste egregiamente i panni del duro ed il secondo è un ottimo schizofrenico), si è ottenuto un risultato veramente pregevole.
Solitamente relego il classico e leggero film di fantascienza nella rubrica del “Cineghì”, ma ritengo che “L’Esercito delle 12 scimmie” abbia decisamente qualcosa di più!

Voto: